Un ciociaro, una tunisina: una famiglia

Occhi neri brillanti, capelli corvino, voce energica e graffiante: Karima (tutti i nomi sono di fantasia, ndr) mi fa strada verso la sua casa, scortata dalle figlie Nadia e Dalila, vispe e incuriosite da questa insolita presenza.

Ad aprirci è Giovanni, ciociaro doc, appassionato di viaggi e di Tunisia, paese natale di sua moglie. Proprio durante uno dei suoi viaggi, Giovanni e Karima si incontrano, lui turista, lei tirocinante della facoltà di Scienze del Turismo presso lo stesso albergo in cui Giovanni alloggia.
“Quando ero piccola, mi capitava spesso di guardare i programmi televisivi italiani ma sentivo sempre parlare di mafia, per questo avevo giurato a me stessa che non ci sarei mai venuta. Quando lo dicevo, mia madre mi apostrofava stupefatta e incredula!”. A Bou Salem, piccola cittadina dall’altra parte del Mediterraneo, Karima trascorre l’infanzia e la giovinezza, immersa nella campagna verde e radiosa del Nord della Tunisia, al ritmo di una quotidianità semplice e rurale. “Poi però ho conosciuto Giovanni, non ero convinta di venire in Italia ma quando ho capito che lui era una persona seria, ho accettato”.
Giovanni intanto sorride, pensando a quanti altri conoscenti, prima di lui, aveva visto tornare con mogli di altri paesi: “Non li capivo, perché sposarsi con una donna di un altro paese quando puoi trovarne una qui? Non sai mai cosa ti riserva la vita!”.

Seduti tutti attorno al tavolo della cucina, nel piccolo Comune vicino Anagni in cui si sono stabiliti, scorriamo le foto del matrimonio celebrato in Tunisia: affiorano i ricordi e si rincorrono i racconti di una festa colorata e partecipata, affollata di parenti, amici e vicini di casa, tra balli e profumi inebrianti di piatti tipici, cucinati dalle donne durante tutta la settimana che precede la celebrazione.

Giovanni è da sempre ammaliato dalla Tunisia: “La vita lì è molto diversa da quella che siamo abituati a fare in Italia e nel cosiddetto mondo <occidentale>. È una vita semplice, scandita dal rispetto di valori alti e importanti, come la famiglia, la religione, l’attenzione verso l’altro e soprattutto per l’ospite. La gente non prova invidia, c’è sincerità e lo capisci dallo sguardo delle persone, che è genuino. Portare un dono, è considerato un gesto importantissimo, anche se quel dono ha un basso valore economico. Qui non è così, a volte se fai un regalo, anche ad un parente, rischi di ricevere critiche. Penso sia importante che una società sia fondata su valori saldi, poiché questi rendono più solido il tessuto sociale, non lo disgregano. Questi valori fanno sì che le persone diano davvero importanza alla vita, alle sue cose fondamentali, all’essenziale, pur vivendo con semplicità. In Tunisia non c’è paura o diffidenza, c’è fiducia verso tutti, c’è voglia di stare insieme e di conoscersi, di aiutare e mettersi a disposizione dell’altro anche se è un estraneo”. Karima concorda nel provare la stessa nostalgia di relazioni: “Qui i legami familiari sono più blandi. Anche se vivi a due passi dai tuoi parenti, magari non li vedi per giorni o settimane, non li vai a trovare. Da noi invece c’è un continuo cercarsi, telefonarsi, andarsi a trovare, anche più volte durante la settimana, anche se a volte non ti va. Funziona così, è la regola non scritta, non puoi tradirla”.

Una volta sposati, nel 2005, vengono in Italia, a Milano, dove Giovanni lavora. Karima allora ha 23 anni. “All’inizio per me è stato difficile, abbiamo vissuto prima a Milano per un paio di anni, ma non mi è piaciuto molto. Ero sola mentre Giovanni lavorava, stavo a casa, non conoscevo nessuno, non avevo familiari o amici, non parlavo la lingua. Al nord è diverso, la gente ha in mente solo il lavoro, non dà importanza alle relazioni. Abbiamo viaggiato tanto però, abbiamo visto dei posti bellissimi. Poi siamo venuti qui in Ciociaria ed è andata meglio perché mi sono sentita accolta dalla famiglia di Giovanni e dalla comunità. All’inizio anche qui non è stato semplice, c’era un po’ di diffidenza da parte dei familiari e soprattutto di mia suocera, perché non mi conoscevano; ma poi hanno visto come sono, anch’io sono una persona seria. Del resto, credo che anche i miei genitori abbiano provato le stesse paure, vedendo un uomo straniero intenzionato a sposarmi, ma poi si sono subito ricreduti. Anzi, mi ha molto colpito la loro apertura: pur provenendo da un contesto più tradizionale e rurale, non hanno contrastato la mia decisione di sposare un uomo di un altro paese e soprattutto di un’altra religione. Giovanni è stato accolto subito come nuovo membro della mia famiglia”.

È un accavallarsi di ricordi e pensieri, di vita passata e presente, di immagini della Tunisia, dei suoi odori e sapori, dei suoi colori e sensazioni. Si mescolano con la realtà italiana e si ravvivano in questa cucina dove, alle nostrane fettuccine, si alternano spezie profumatissime e cous cous raccolto nella campagna natia di Karima.

Le bambine, di 10 e 11 anni, ci ascoltano attente con occhi brillanti di curiosità. “Sono state educate secondo la cultura italiana ma a volte mi punzecchiano per via della mia provenienza. Mi vedono pregare e digiunare durante il Ramadan (non sempre perché non è facile farlo qui), oppure evitare la carne di maiale. Il piccolo Nadir, di tre anni, a volte imita il modo in cui mi inginocchio per pregare, <come fa mamma>, dice. Io racconto loro della mia cultura e spesso ci sono degli elementi in comune con quella cristiana. Ma non cerco di tirarle dalla mia parte, di convincerle che sia meglio l’una o l’altra. Quando saranno grandi saranno in grado di capire e scegliere per se stesse”.

* Articolo redatto da Silvia Compagno per la rubrica “Incontri” del mensile diocesano Anagni-Alatri Uno (numero di marzo 2019) e ripreso da Anagnia.com

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