Tre incontri. Tre nazionalità. Stralci di storie.

Passeggiando per Anagni, mi è capitato spesso di fare conoscenza con ragazzi richiedenti asilo ospiti presso centri di accoglienza locali.

Riporterò di seguito alcuni momenti dei nostri incontri e stralci delle loro storie. Tre diverse nazionalità: Nigeriana, Ivoriana e Bengalese.

Sipho, dalla Nigeria, è stato il primo che ho cominciato a frequentare dopo la nostra prima chiacchierata, avvenuta durante un evento musicale di qualche anno fa. Entrambi appassionati della cultura Hip Hop, non abbiamo fatto fatica a rompere il ghiaccio parlando di quali fossero i nostri artisti preferiti e facendo il Rap noi stessi, ognuno nella propria lingua. Sipho utilizzava un misto di inglese e francese per il quale mi sono molto complimentato. Inoltre possedeva un gran corredo di collane e bigiotteria autoprodotta. Mi ha in seguito spiegato che suo fratello ne disegnava e produceva anche di più belle e che aveva imparato da lui, così come anche la passione per l’Hip Hop e, con quella, il sogno americano. Raggiungere il fratello a New York per rivederlo dopo molti anni è infatti l’obiettivo che Sipho si ripropone mentre qui studia e lavora.

Fela invece, dalla Costa D’Avorio, meno estroverso, incontrato in casa di amiche in comune, tende ad essere più silenzioso e a parlare di sé stesso solo se richiesto. La nostra prima conversazione ha riguardato il noto calciatore Drogba, suo connazionale e idolo. Quando si parlava di calcio tra di noi, era solito rompere la sua abituale compostezza lasciandosi andare più liberamente, completamente preso dall’argomento. Incontrandoci poi sempre più spesso, aveva cominciato a parlarmi del suo Paese e di come stava prima di partire.

Un giorno gli chiesi se il caffè gli piacesse, visto che lo rifiutava sempre o quasi. Fece una faccia poco convinta e poi disse che non era solito berne: fin da piccolo era stato abituato a vederne le piantagioni in immense distese e a considerare quella del caffè una pianta molto comune, con l’unica utilità della vendita. Stessa cosa per il cacao. Una risorsa comune e abbondante, continuava a raccontarmi, però non valorizzata dal prezzo di commercializzazione in Africa rispetto all’Europa. Mi ha raccontato di quanto detesti le condizioni economicamente svantaggiose e fisicamente usuranti di questa compravendita per la sua nazione. Anche lui lavorava nei campi. La giornata lavorativa iniziava all’alba e finiva con il calar del sole. Il che significava passare l’intera giornata con la schiena curva, inevitabile causa, entro i trenta e i quarant’ anni, di gravissimi problemi di salute che costringevano gli operai a non poter più lavorare.

Con Daruka del Bangladesh ci siamo incontrati alla fermata dell’autobus. Era appena stato trasferito ad Anagni dopo aver vissuto otto anni a Genova. È venuto a chiedermi a che ora passasse la prima navetta, così, l’abbiamo aspettata insieme e ha cominciato a raccontarmi alcune cose di sé. Ci siamo poi incontrati nei giorni seguenti passeggiando e quasi ogni volta mi offriva una RedBull, bevanda non acquistabile in Bangladesh. Gli piaceva molto, mentre invece disdegnava qualsiasi bevanda alcolica. Aveva trovato un lavoro per un autolavaggio in un paese qui vicino, dove si recava anche a piedi, di domenica o quando non c’erano gli autobus, percorrendo numerosi chilometri sotto il sole d’estate. Dopo alcuni mesi mi ha raccontato a grandi linee il suo lungo e pericoloso viaggio prima di arrivare in Italia, luogo nel quale finalmente è felice e in cui si sente al sicuro. Con i soldi che la sua famiglia gli ha messo a disposizione per il viaggio, è arrivato sulle coste del Mediterraneo, venendo smistato in vari paesi del nord Africa, tra cui la Libia, ricevendo un trattamento del tutto opposto rispetto a quello italiano. Mi ha raccontato di aver subito una forte discriminazione in molte situazioni. Gli è capitato, ad esempio, che la polizia pretendesse un riscatto dalla sua famiglia sotto la minaccia di tortura o peggio. Quando ha chiesto agli agenti per quale motivo dovesse pagare, gli è stato semplicemente risposto in inglese “blood” (sangue).

Da questi tre incontri, nonostante i ragazzi si distinguano per le diverse nazionalità e personalità individuali, ho potuto constatare che il viaggio e la necessità di adattarsi a situazioni sempre nuove, insieme alle solide radici culturali e familiari, abbiano dato loro una forte  motivazione che credo sia più rara ma di esempio per i ragazzi occidentali, che affrontano meno problemi e più facilmente si lamentano.

Jacopo Rosatella

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