Seminario Nazionale di Pastorale Sociale:
“Vie nuove per abitare il sociale”

Si è svolto nei giorni 2-5 febbraio 2016, ad Abano Terme (Padova), il Seminario Nazionale di Pastorale Sociale “Vie nuove per abitare il sociale, alla luce del Convegno ecclesiale di Firenze 2015, al quale il sottoscritto ha partecipato in qualità di responsabile della Pastorale Sociale e del Lavoro della nostra Diocesi.

I Relatori, particolarmente qualificati, che si sono succeduti al Seminario nelle diverse giornate dei lavori, hanno fornito testimonianze dirette e spunti di riflessione meritevoli di elaborazione e approfondimenti successivi.

Il Segretario generale della CEI, Mons. Nunzio Galantino, ha aperto i lavori con una lunga intervista al vaticanista Andrea Tornielli, nella quale ha spaziato su vari temi riguardanti la Famiglia e l’assenza di politiche di sostegno a questa struttura fondamentale per la tenuta della  società, non risparmiando osservazioni critiche anche all’interno della Chiesa stessa.

Il dibattito, seguito anche via Twitter (#abitareilsociale), ha toccato i diversi fronti caldi del dopo Convegno ecclesiale di Firenze.

Due interessanti esperienze di pastorale sociale “applicata” sono state raccontate con chiarezza e passione civile dagli stessi protagonisti, provenienti da due zone molto diverse della Penisola: Casal di Principe, (Caserta) e Monselice (Padova).

Nel primo caso si tratta di una iniziativa di economia sociale chiamata RES (Rete di Economia Sociale), una “fattoria” aperta al lavoro fornito da persone a vario titolo svantaggiate. È stata promossa dal Comitato Don Peppe Diana, nato per reazione alla sopraffazione e alla violenza, sulla scia del sacrificio di Don Peppe Diana, assassinato dalla criminalità organizzata per il suo coraggio e la sua azione di denuncia forte e disarmata. Molto significativo il messaggio che ne è scaturito condensato nell’affermazione che “vivere nel Casertano non è una condanna”.

L’altra esperienza, ubicata nel Veneto laborioso e tradizionalmente tranquillo, si è invece inserita in un acceso conflitto sociale causato da un fenomeno di deindustrializzazione che ha coinvolto le famose “cave” di sasso calcare di Monselice. L’alternativa: ascoltare le esigenze dell’ambiente e chiudere con la storica attività estrattiva oppure privilegiare e comunque difendere ad oltranza i posti di lavoro sostenuti dalla polverosa silice e dal conseguente cemento prodotto in loco? Questo il dilemma che aveva iniziato a lacerare l’armonia della comunità locale non risparmiando la chiesa locale.

Tuttavia, una serie di opportune iniziative intraprese dalla parrocchia locale in collaborazione con la Diocesi  ha consentito di tenere aperta la porta al dialogo tra le diverse posizioni, con rispetto reciproco e, forse, contribuendo a riportare in un clima di civile confronto quello che rischiava di esplodere come conflitto di parte. Proprio come afferma la Evangelii Gaudium, “accettare di sopportare il conflitto, risolverlo e trasformarlo in un anello di collegamento di un nuovo processo”.

Già dal dibattito e dalle riflessioni che hanno fatto seguito alla narrazione delle due esperienze è emersa una forte caratterizzazione che può avere la pastorale sociale in ambito locale. Essa si può declinare, ad esempio, in iniziative imprenditoriali concrete e di testimonianza, magari controcorrente, in un ambiente potenzialmente degradato e conflittuale, come a Casal di Principe. Ma può anche rappresentare un  luogo sempre aperto di confronto e di mediazione tra attori sociali in conflitto, per far prevalere la ragionevolezza nel rispetto reciproco di posizioni divergenti. È il caso di Monselice, dove la Chiesa locale si è dimostrata capace di un… disinteressato interesse per la vita pubblica.

Molto coinvolgente anche l’iniziativa di denuncia del gioco d’azzardo, che si è concretizzata in uno Slot Mob, manifestazione pubblica finalizzata a premiare un esercizio commerciale locale dove non sono presenti attrezzature per il gioco d’azzardo.

Nelle due giornate finali si è svolto il confronto-dibattito tra i partecipanti, sotto la guida di tutor, per la elaborazione conclusiva dei risultati del Seminario. Si è costituito un insieme di dieci “tavoli tematici” intorno ai quali sono state discusse ed elaborate diverse tesi espressamente proposte dagli stessi partecipanti.

Il tutto è stato poi raccolto, commentato e proposto alla riflessione, ma soprattutto all’azione di noi tutti una volta rientrati nelle diocesi di provenienza.

Mi sembra che il Seminario sia stato caratterizzato, da parte di tutti, da un approccio serio, meditato e costruttivo con partecipazione e interesse diffuso: è stato chiaramente più volte sottolineato che la materia a cui si rivolge la pastorale sociale è complessa in sé e non può essere troppo semplificata o, peggio, banalizzata e riempita di retorica.

È emerso chiaramente che la pastorale sociale diocesana deve attuarsi in forme e azioni tali da rappresentare un credibile riferimento per tutti i soggetti operanti sul territorio. Deve essere riconosciuta in particolare come un permanente luogo di incontro aperto all’ascolto delle diverse parti.  A mio avviso è già abbastanza e tutto ciò rappresenterebbe un eccellente risultato anche per la nostra diocesi di Anagni-Alatri.

In questo senso l’Osservatorio del territorio diocesano, al quale stiamo lavorando, può rappresentare un forte aiuto, soprattutto se l’Osservatorio si pone in un’ottica di osservare intanto il buono che c’è piuttosto che specializzarsi nelle ricerca delle carenze.

Al Seminario erano stati invitati alcuni ragazzi del progetto Policoro, la cui presenza è stata molto vivace e partecipata. Anzi, è stato detto che il Progetto Policoro, dove è presente, deve rappresentare il “biglietto da visita” della Pastorale Sociale.

Un’ultima riflessione sull’importanza riconosciuta ai moderni mezzi di comunicazione che vanno sotto il nome di “social”. La pastorale sociale passa necessariamente anche da lì e tutti noi siamo stati invitati ad allinearci all’utilizzo di questi ormai dilaganti mezzi di comunicazione sociale. Per i meno giovani non è poi così facile, ma ci proveremo.

Giambattista Taboga

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