Terremoto industriale nella Provincia di Frosinone:
crisi reversibile o declino inarrestabile?

 
Non si ferma più. È come un inarrestabile terremoto, senza crolli né danni diretti a persone e cose, ma con effetti altrettanto drammatici e devastanti. Sto parlando di quel sisma che sta squassando la struttura industriale della nostra provincia, demolendola progressivamente.

Ha origini lontane e a fasi alterne non dà tregua. Una prima forte scossa è avvenuta proprio verso il 1992–94, quando, con inopinata decisione “a tavolino”, la provincia di Frosinone è diventata “ricca” e quindi non più meritevole di consistenti agevolazioni industriali come era fino ad allora avvenuto. Perso questo sostegno, che aveva costituito per la provincia stessa la maggior fonte di attraibilità per investimenti industriali esogeni, si è assistito al contrario a una specie di punizione dantesca infernale, tipica del contrappasso, per aver forse troppo avuto nei decenni precedenti.

Chi aveva troppo peccato in “ingordigia agevolativa industriale” doveva subire non solo la mancanza di tale nutrimento, ma anche la continua vista del nutrimento ancora abbondante nelle regioni confinanti lato sud. E da lì è cominciato il fuggi fuggi e lo smantellamento progressivo di una economia industriale che sembrava forte, ma che stava in piedi invece solo grazie a un sottile equilibrio tra economia assistita e imprenditorialità

Frosinone si vantava di essere la più industrializzata provincia del Lazio e bastava percorrere l’Autostrada del Sole da Anagni a Cassino negli anni ’80 per averne conferma. Era un po’ la Svizzera del Sud, nutrita dei frutti copiosi della Cassa del Mezzogiorno, a un tiro di schioppo da Roma, ottimamente collegata alla capitale e ai suoi aeroporti, e con le sue fabbriche, ad affacciarsi lungo l’autostrada come festose presenze al passaggio di un ininterrotto corteo di imprenditori.

L’altra scossa tellurica, avvenuta su uno scenario già indebolito, è degli ultimi due anni, perfettamente coincidente con la crisi globale finanziaria, economica, di consumi, stili e tenore di vita che ci sta ormai coinvolgendo tutti. Figuriamoci se la Provincia di Frosinone poteva essere indenne da quest’altro tsunami!

È ormai notizia di ogni giorno, tanto che non fa più notizia, l’ennesima chiusura annunciata di siti produttivi, il ridimensionamento, la riconversione, la delocalizzazione e la ristrutturazione di altri, con tutto il corollario di problemi sociali conseguenti. D’altra parte se non si vendono più cinescopi, contatori elettrici, componenti elettronici, tessuti e prefabbricati industriali, ma anche meno automobili, meno birra, meno carta e cartoni, ceramiche e sanitari, cosa si può fare?

Subito dopo un terremoto arriva la Protezione Civile, con le tende e le cucine da campo, più la solidarietà generale. Con la speranza, naturalmente, che si edifichino rapidamente le nuove case, che siano antisismiche e che tutto si possa ricondurre quanto prima alla normalità, anche in presenza di future possibili scosse.

Anche qui hanno montato le tende: sono le casse integrazioni, ordinarie, straordinarie e miste, i contratti di solidarietà e di programma, la mobilità. Sì, ma dopo le tende che si fa? Perché, al di là delle tende non si vede ombra di ricostruzione industriale… antisismica.

Dobbiamo pensare alla provincia di Frosinone come a un’area industrializzata che attraversa una forte crisi congiunturale da cui prima o poi si solleverà? O come a un’area che non era a vocazione industriale e che ha avuto solo la sua “Primavera di Praga”, costituita da una industrializzazione esterna, assistita, indotta, e un po’ drogata, ma che sta ritornando velocemente ai tratti sociali ed economici preesistenti? Ci auguriamo di no, anche se gli indicatori socio-economici del peso dell’industria in provincia stanno virando velocemente verso il basso.

La domanda è legittima e, in funzione della risposta che si può dare, andrà studiata la cura, nella consapevolezza un po’ amara che la maggior parte delle cause della nostra situazione provinciale è di provenienza esterna. E su queste ben poco possiamo incidere.

Giambattista Taboga – Agosto 2009

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