Lavoro e imprese nella Provincia di Frosinone

Queste sono le due parole che sintetizzano un po’ amaramente l’argomento.

Troppo pessimismo? Non è così? Eppure è sempre più difficile sostenere il quotidiano grido di dolore che si alza dai media sulla drammaticità e profondità della crisi post industriale di questa provincia.

E ci si potrebbe fermare qui.

Invece no. Bisogna andare avanti, consapevoli che altre generazioni prima di noi hanno attraversato epoche drammatiche, anche più di questa, con corredo di povertà, guerre, epidemie, invasioni, violenze e altro.

Magari, ecco, sorvoliamo sulla solita antifona: “Ringraziamo la crisi, perché ci offre un mucchio di opportunità: i problemi che diventano fattori di crescita, le difficoltà che si trasformano in sfide, le preoccupazioni che rappresentano uno stimolo e, perché no, che serve un salto di qualità, un colpo di reni, e bisogna… fare rete”. Dejà vu.

È opportuno chiedersi, piuttosto, sia a livello del territorio diocesano che dell’intera provincia di Frosinone: “Qual è o quale pensiamo sia il modello di sviluppo di questo territorio?”.

Per rispondere a questa domanda è utile fare un passo indietro e volgere uno sguardo al passato, per cogliere le vere cause di questa attuale situazione, tutt’altro che rosea: la crisi territoriale che ha origini lontane e ha scontato inevitabilmente tutte le cause della crisi socio-economica da recessione industriale della provincia di Frosinone.

Era il 2009 ed eravamo ancora scossi dal tragico evento del terremoto de L’Aquila, non sapendo ancora che cosa ci avrebbe riservato il 2016 sullo stesso tema. L’immagine del terremoto e delle sue scosse continue e distruttive era perfettamente calzante alla situazione dell’epoca.

Leggi l’articolo: “Terremoto industriale nella Provincia di Frosinone: crisi reversibile o declino inarrestabile?”, di Giambattista Taboga, Agosto 2009.
 

È da qui che dobbiamo ripartire. Dal 2009 ad oggi sono passati altri sette anni e l’eco dell’industria che fu si va lentamente attenuando. Sorge una consapevolezza amara di un passato che non ritornerà.

Molti centri commerciali hanno occupato piazze e strade dove una volta sorgevano industrie pronte ad aprire le porte a ondate di lavoratori, oggi invece le aprono a ondate di clienti; altri edifici ex industriali espongono senza vergogna erbacce, vetri rotti e infissi divelti; altri ancora sono stati riconvertiti.

Tuttavia, esistono ancora baluardi della fiorente industria che fu: teniamoceli stretti, perché purtroppo sono pochi. A tutto passiamo davanti senza stupirci più di tanto. Su tutto aleggia un’aria di recessione industriale, di nome e di fatto.

Ma sette anni dal 2009 non sono passati invano. Il fenomeno della internazionalizzazione diffusa, della globalizzazione consolidatasi, della interconnessione permanente, della socializzazione pervasiva hanno fatto passi da gigante, nel bene e nel male. È con questi fenomeni, potenti catalizzatori di sviluppo, ma anche spietatamente selettivi, che si dovranno fare i conti.

Quale sarà allora il modello di sviluppo per il nostro territorio diocesano, che resta intrinsecamente legato a quello della sua provincia di appartenenza? Sarà vero, come si dice con qualche retorica, che il nostro petrolio è rappresentato da arte, cultura, monumenti, itinerari religiosi, bellezze naturalistiche, aria buona e buona tavola? Non sarà mica che serve, oltre a tutto ciò, anche un diverso e più aperto habitat mentale e culturale?

Siamo qui per provarci, con passione e impegno, anche perché tanto altro non c’è.

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