“La storia di Marta: Mal d’Africa per le strade di Alatri”

Pubblichiamo di seguito l’articolo redatto da Silvia Compagno per la rubrica “Incontri” del mensile diocesano Anagni-Alatri Uno (numero di febbraio 2019) e ripreso da Anagnia.com, Gente Comune (Alatri).

Tutto nasce a seguito di un viaggio in Africa, quando Marta, al rientro in Italia, viene invasa da un sentimento di profonda nostalgia. Lo chiamano mal d’Africa e in lei si esprime nell’inquieta malinconia e attrazione verso il ricordo di un mondo a noi remoto, dove la vita scorre nella sua quotidianità, il tempo e la velocità si dissolvono per lasciare il posto alla ricerca dell’essenziale.

Una volta tornata ad Alatri, suo paese di origine, Marta scopre con sorpresa l’Africa nella sua città. Studentessa di medicina con esperienze di volontariato in ambito medico-sanitario in India e Tanzania, viene contattata per somministrare un’iniezione ad un ragazzo ospitato nel centro di accoglienza per richiedenti asilo. Da qualche tempo, infatti, grazie ad un progetto di accoglienza gestito dalla cooperativa Diaconia, la città offre ospitalità a ragazzi provenienti da diversi paesi africani. In quel periodo, ad Alatri, solo poche persone conoscono questa realtà, tanto che la struttura è avvolta in un alone di solitudine, diffidenza e paura, vissute reciprocamente sia dai vicini sia dai ragazzi stessi.

Le ragioni della solidarietà, che avevano suscitato in Marta l’esigenza di partire, riaffiorano di fronte all’urgenza di mettersi al servizio della propria comunità. Nasce dunque l’Associazione di volontariato Asterione, dal nome del Minotauro nel racconto dello scrittore Jorge Luis Borges: un essere solitario e incompreso, che si avventura oltre le mura della propria casa soltanto durante l’oscurità, per paura di essere visto dagli altri. “C’è un legame tra le mie esperienze di volontariato all’estero e l’impegno verso la mia comunità di origine, una cosa non esclude l’altra ma anzi la rafforza: essere vicino ai ragazzi del centro di accoglienza, rappresenta un modo attraverso cui l’Associazione vuole mettersi al fianco della città, abbattendo la paura e costruendo legami di fiducia, affinché possiamo sentirci tutti più sicuri, protetti e rispettati”.

I giovani volontari dell’Associazione rappresentano ora un punto di riferimento per i ragazzi accolti nel centro. Tra loro, sono nate amicizia e fiducia. Soprattutto, ognuno è diventato stimolo di crescita umana nei confronti dell’altro. “Al ritorno dall’esperienza in Africa sentivo la nostalgia per un modo di vivere che qui non abbiamo più: il forte senso di comunità, di solidarietà e di ospitalità anche quando non si ha niente, la gratitudine per il poco che c’è. Noi invece viviamo in un mondo moderno, dove si va di corsa non si sa per dove. Avvicinandoci ai ragazzi e aiutandoli ad affrontare problemi quotidiani per noi banali, abbiamo riscoperto l’essenziale”.

Da qualche tempo, intanto, è nata una giovane famiglia: per alcuni, il nome di lui significa Pazienza, Resistenza; per altri invece, significa Favore, Grazia. La sua storia arriva da lontano e lo ha condotto ad Alatri, dove ha conosciuto Marta. Il loro incontro è stato un accogliersi reciproco, fatto prima di diffidenza, poi di cauto rispetto, infine di fiducia e amore, realizzatosi nella nascita di una bimba, il cui nome significa Gioia del Padre. Insieme, lavorano presso un bar aperto da poco nel centro della città, in un luogo segnato da una lacerazione dolorosa e profonda per la comunità di Alatri, dove il tempo e la vita sembravano essersi cristallizzati nell’attimo in cui erano stati feriti irreparabilmente.

Nel bar, nato da un antico sogno della mamma di Marta, si esprime l’estro di tutta la famiglia, coinvolta nella preparazione di piatti originali, combinati ad ingredienti genuini prodotti sul territorio e accompagnati da cocktail variopinti e sempre diversi. Da sogno, il bar è diventato simbolo di rinascita, di rinnovamento, di riappropriazione di uno spazio ripudiato, di speranza per una comunità che torna a guardarsi dentro e trova la forza per riscattarsi, perché sappia accogliersi e custodirsi.

La storia personale di Marta, l’esperienza dell’Associazione e la vita di comunità sono diventati sistemi interconnessi, che si alimentano l’uno con l’altro: “L’associazione ha unito la mia famiglia più di prima e l’ha resa ancora più grande. I volontari, i ragazzi del centro e tutta la comunità ci hanno sostenuto, sono come diventati parte di un unico progetto di vita. E il merito di questo va a tutti loro”.

La solidarietà non è soltanto un atto di servizio verso l’altro. La solidarietà è un collante che ci tiene vivi, nel sistema locale come in quello globale. Lo rivela il significato stesso della parola: solidale, dal latino sòlidus, solido, intero, pieno. Cioè un sistema che sta insieme, che non si disperde ma che si regge nelle sue parti, diverse ma unite, per consentire al solido di vivere. Come il corpo umano, in cui tutti gli organi, seppur diversi, convivono, cooperano e sono indispensabili l’uno all’altro, per consentire il buon funzionamento dell’organismo. La solidarietà dunque, è il principio fondamentale della vita stessa. Si esplica, non soltanto nell’agire, ma anche nel pensare, solidalmente, affinché possiamo riappropriarci del senso di comunità e rendere forte, vivo, il sistema entro cui esistiamo.

Silvia Compagno

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