Il lavoro nel cuore di Dio

Dal compimento dell’opera Sua alla felicità del lavoro

Dal 29 novembre al 3 dicembre si è svolto il 33° Corso di Formazione Nazionale per gli Animatori di Comunità del Progetto Policoro (di seguito AdC) nella cornice della città di Assisi, dove da diversi anni ormai ha luogo l’evento annuale.

Chiamati a raccolta da tutte le Diocesi d’Italia, i giovani si sono confrontati sul tema centrale del lavoro, guidati dalle attente riflessioni dei relatori che hanno recepito nei loro interventi di sintesi gli stimoli giunti dai diversi gruppi di laboratorio condotti dallo staff di formazione, a lavoro dallo scorso anno per una ridefinizione e un rilancio dell’offerta formativa del percorso triennale che vede protagonisti gli AdC, abitanti di uno spazio di dialogo che si diffonde su tutti i piani di intervento della Chiesa (dal livello nazionale, a quello interregionale, passando per quello regionale e diocesano, arricchendosi infine su quello virtuale, nella piattaforma di e-learning).

L’intervento di don Antonio Panico, professore di Sociologia presso l’Università Lumsa e direttore dell’Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro della Diocesi di Taranto, disegna la cornice entro la quale sono racchiuse tutte le attività svolte dagli Animatori durante il loro mandato: tale riferimento è costituito dalla Dottrina sociale della Chiesa, cuore pulsante della missione pastorale dei giovani chiamati a questo servizio dalla Chiesa locale.

Il lavoro umano è qui inteso come la via attraverso cui portare a compimento il disegno creativo di Dio e perciò rappresenta quell’ambito nel quale si rende più visibile la somiglianza tra il Creatore e la creatura. Quale soggetto del lavoro, l’uomo non deve guardare a questa dimensione con gli occhi della sofferenza e della punizione: «Come persona egli lavora e le varie azioni appartenenti al processo del lavoro devono servire alla realizzazione della sua umanità, al compimento della sua vocazione» (LE n.6).

In tale contesto l’AdC occupa una posizione privilegiata e per questo maggiormente carica di responsabilità: egli infatti lavora per il lavoro, svolgendo un’attività di mediazione tra i giovani e i conflitti propri e inevitabili del mondo del lavoro. Un ponte tra i soggetti lavorativi e la comunità, dove ultimamente trova realizzazione il lavoro, che perciò non rappresenta unicamente il compimento della persona in senso individualistico.

La DSC, infatti, sottolinea il carattere solidale e sussidiario del lavoro, che proprio per questo non può e non deve essere sostituito, in caso di mancanza, da azioni di tipo caritativo e assistenzialistico, proprio perché orientato al bene comune. Quest’ultimo, ricorda mons. Fabiano Longoni, direttore dell’Ufficio Nazionale per i Problemi sociali e il lavoro, è il risultato di una moltiplicazione che deve avere cura di non lasciare che alcuno degli agenti moltiplicatori sia considerato uno zero, altrimenti risulterebbe l’annullamento di tutto il processo.

Il lavoro cristianamente inteso, perciò, non può ridursi alla visione dell’altro come consumatore oppure come competitor, prosegue Panico, ma come un «potenziale alleato, una persona/un gruppo con il quale è possibile stringere alleanze grazie alle quali riuscire a crescere insieme», affinché la moltiplicazione risulti sempre inclusiva e positiva. L’AdC ha il compito di favorire il processo di discernimento (vedere, giudicare, agire) svolgendo il ruolo di pontefice (costruttore di ponti) all’interno della comunità, in vista della promozione del lavoro quale espressione propria dell’umanità.

Leonardo Becchetti, professore di Economia politica presso l’Università Tor Vergata di Roma, in qualità di membro del Comitato scientifico delle Settimane sociali dei cattolici in Italia, presenta il progetto Cercatori di LavOro, per la ricerca, la diffusione e la promozione di buone pratiche in materia di lavoro. In occasione della prossima Settimana sociale, che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre 2017, saranno presentate le migliori esperienze e su di esse avverrà una riflessione tesa alla valutazione di una possibile replicabilità in territori diversi da quelli in cui l’esperienza ha trovato la nascita. Gli AdC sono dunque chiamati a svolgere un’azione di scouting nei loro territori alla ricerca di iniziative che mettano al centro la qualità del lavoro o ne agevolino la ricerca, l’orientamento e l’inserimento.

L’approfondimento di Elena Marta, professoressa di Psicologia di comunità presso l’Università Cattolica di Milano, ha aperto uno squarcio sul mondo eterogeneo e sfuggente dei giovani NEET (Not in Education, Employment or Training). La realtà che emerge dallo studio effettuato su un campione di circa 8mila unità racconta una storia di sfiducia nei confronti del futuro, delle persone e delle istituzioni, associata a una difficoltà nell’affrontare il lavoro, la famiglia e la socializzazione: il disagio vissuto dai NEET presenta dunque una profonda radice di tipo relazionale, rispetto al quale le strategie di contrasto finora attuate non costituiscono una risposta adeguata al bisogno emergente. Un cambiamento autentico nelle loro vite sembra perciò piuttosto da ricercare in misure che reinseriscano i giovani NEET in un processo di socializzazione, attraverso cui recuperare il senso di fiducia nell’ambiente circostante.

Con Fabio Poles, vice presidente di INECOOP e socio fondatore della Scuola di Economia Civile, si è attraversato il colorato mondo dei Gesti Concreti. Quali frutti più maturi dell’azione degli Animatori nei loro territori, essi sono riconosciuti come «le imprese, i liberi professionisti e le associazioni che creano opportunità di lavoro dignitoso», che grazie all’accompagnamento delle Diocesi (che possono averne favorito anche la nascita), accettano di collaborare con il Progetto Policoro e le équipe diocesane, impegnandosi nella testimonianza dei valori della vita cristiana nella società e nel sostenimento delle attività promosse dal Progetto Policoro. Rappresentando uno dei due fuochi di un sistema ellittico, i Gesti Concreti fanno da contraltare alle équipe diocesane, istituzionalizzando il lavoro svolto da queste ultime e perciò valevoli di valorizzazione attraverso la creazione di un soggetto collettivo che li racchiuda.

È stato infatti istituito un Tavolo stabile di coordinamento, che attraverso il lavoro di tre gruppi tematici che operano nei settori agroalimentare, turismo e artigianato, new welfare, si sta occupando della definizione dei caratteri di tale Soggetto Collettivo, il quale si prodigherà per il consolidamento delle sinergie e delle alleanze, si attiverà per vincere l’immobilismo burocratico, superare il rischio di scarsa liquidità e le inefficienze interne e finalmente puntare a una espansione del mercato. Per quest’ultimo obiettivo in particolare, è in corso un lavoro per la definizione di una chiara brand identity che renda riconoscibili i prodotti, i servizi e le attività nate e cresciute grazie e insieme al Progetto Policoro.

La sessione formativa si conclude con l’intervento di Luigino Bruni, professore di Economia presso l’Università LUMSA di Roma, che propone alla platea dei giovani una riflessione sul significato radicale del lavoro: che cosa intendiamo, veramente, quando ci riferiamo al lavoro? Che cos’è il lavoro? Il ventaglio delle risposte si apre, tra le altre, a una visione laica che intende il lavoro anche come un’attività volta al guadagno di un salario, non necessariamente vincolata all’idea di bene comune o di servizio agli altri: il lavoro, dunque, ha bisogno di essere spogliato della sua veste sacralizzata e idealizzata e riconsegnato alla sua normalità. Altro asse del ventaglio è rappresentato dal lavoro come espressione della personalità, come un tratto caratterizzante dell’identità, tanto che dopo il nome, spesso, è il secondo dato che si fornisce in occasione di una presentazione.

Da ciò segue che, laddove venga meno il lavoro, diventi difficile anche definire la propria identità, creando una situazione che è specchio della frammentarietà del mondo contemporaneo. Raggiungere la felicità, dunque, quella che i Greci chiamavano eudaimonìa, significa individuare ed esprimere il proprio daìmon, la propria vocazione: una volta scoperto il proprio daìmon, esso va coltivato e alimentato in un regime di gratuità, di eccedenza che renda possibile la realizzazione della felicità. Non sempre, però, la vocazione è rappresentata dal lavoro o il lavoro è espressione della propria vocazione: situazione questa sempre più comune presso i giovani di oggi che si trovano a dover sopportare condizioni lavorative alienanti, rispetto alle quali, suggerisce Bruni, si possono attuare tre diverse policy affinché i giovani possano costruire progetti di vita seri, anche in situazioni lavorative difficili.

La prima: se ti trovi a fare un lavoro che non è la tua vocazione, hai una sola via di redenzione, cioè farlo bene; tanto più un lavoro è sbagliato, infatti, quanto più è opportuno farlo bene per colmare il gap tra l’idea e la realtà, aiutandosi a non morire comportandosi in modo virtuoso.
La seconda: non si diventa veramente adulti senza lavorare; la maturità passa attraverso l’assunzione di responsabilità che quindi deve essere offerta ai nuovi giovani, affinché possano coltivare la propria identità.
La terza: il lavoro contribuisce alla crescita soltanto se è lavoro vero; con riferimento al lavoro cooperativo, Bruni sottolinea la necessità di intendere il lavoro non come padrone né come schiavo, ma come fratello perché possa sviluppare capacità.

In questo quadro così delineato, si inserisce il tema del dono che costituisce quella eccedenza data dal modo in cui ciascuno lavora che non può essere formalizzato in un contratto; è qualcosa di cui le imprese hanno bisogno, ma che non possono assolutamente comprare e non hanno neppure un linguaggio per riconoscerlo e valorizzarlo: questo aspetto costituisce una forma di povertà assoluta delle imprese post-moderne che non riescono ad entusiasmare gli animi dei loro lavoratori, anzi favoriscono la diffusione di sentimenti di ingiustizia che possono essere superati imparando ad amare il lavoro e l’economia, benedicendoli, parlandone bene perché solo dall’entusiasmo e non dalla rassegnazione possono nascere progetti.

La questione della dignità del lavoro passa per il riconoscimento del dono che in esso è conservato e interroga il lavoratore-uomo sul senso della sua attività: se un uomo fosse chiamato a fare lo spazzino, dovrebbe farlo così come Michelangelo dipingeva o Beethoven componeva o Shakespeare scriveva poesie; affinché tutti possano riconoscere che qui ha vissuto un grande spazzino che faceva bene il suo lavoro.

Marco Moro, Animatore di Comunità del Progetto Policoro

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